A 3000 metri di altezza ci si arriva con gli impianti di risalita, prima con la seggiovia da Rio Gere al Rifugio Son Forca e poi con la “pittoresca” ovovia fino alla Forcella Staunies. Da lì partono la ferrata Marino Bianchi per la cima del Cristallo ed il sentiero ferrato Ivano Dibona, riadattato da questi nel 1970, sulle vie attrezzate dagli alpini nella prima guerra mondiale.
All’arrivo ci apre la porta del siluro metallico un tizio che sembra Vasco Rossi; traballanti e nauseati dal mal di mare (a queste altezze non me lo sarei aspettato), prendiamo a sinistra una scala di tipo condominiale che ci fa salire sul punto più alto della forcella, con vista sui fianchi opposti della montagna, e da lì una scaletta a pioli che ci porta sulla cresta rocciosa, come il dorso di un enorme cammello pietrificato. Qui le corde sono nuove, tese e fissate a paletti metallici ben cementati e stabili. Non la ricordavo così.
Venticinque anni fa, un cordino legato a doppio in vita, con un moschettone all’altro capo, era tutto ciò che mi assicurava al cavo metallico nero e a volte un po’ sfilacciato che contornava i punti più impervi della via. Oggi indosso un imbracatura da scalatore con incrocio alle cosce, doppio moschettone, dispersore ed un caschetto leggero. I paragoni sono scontati. Sul ponte del “cliffhanger” lungo circa 30 metri, mi pare di volare leggero e lo supero in quattro balzi. Lo ricordavo più oscillante ed insicuro, con traversine sciupacchiate qua e là. Meglio così, qui ci vengono anche i bambini.
Più avanti si inizia a scendere verso i primi ruderi degli appostamenti militari: Luigi si ferma a bere sul primo lembo di neve che contorna la forcella del Padeon, sotto un sole limpido che brucia sulla pelle scoperta del volto e del collo.
Gli alpini avevano fatto queste casette con cemento e laterizi portati quassù a chissà quale prezzo (loro non avevano la funivia) sotto il tiro nemico. Rimangono ancora in piedi dopo cent’anni di abbandono e di incuria, esposte alle rigide condizioni climatiche di queste altezze. I nostri soldati, anche se peggio organizzati e riforniti, erano dei grandi uomini e sapevano fare queste cose così bene, che nonostante tutto li avrebbero fatti diventare vincenti. Tuttora il ricovero Buffa di Perrero è lì per ospitare nella stagione estiva gli escursionisti in cerca di un riparo.
Proviamo a fare delle foto, sperando che il contrasto forte dato dal sole sulle rocce non sia capace di alterarle troppo. La prima volta avevamo preso delle pellicole 400 ASA per rendere migliore lo sviluppo. Anche qui è cambiata la forma (ed il peso) della nostra attrezzatura, così come le scarpe che calzo oggi, circa 3 chili meno di quei rocciatori in crosta che mi tiravo dietro.
Ad un tratto si apre uno scorcio sulla vallata sottostante, con tutta Cortina raccolta attorno al campanile del duomo, allungata sulla Statale 51 Alemagna. Le punte del Pomagagnon, immense da sotto il campeggio di Fiames, sembrano collinette rocciose che ci impediscono di localizzare la roulotte che ci ospita, vicina al fiume Boite: tutto è così piccolo e lontano che sembra di osservare un plastico architettonico.
Si succedono passaggi su cenge piuttosto sicure e larghe, anche se in qualche punto desidererei avere la possibilità di agganciare i miei moschettoni al cavo che non c’è. Più procediamo e più troviamo vecchi chiodi a sostenere la corda, più piccola e scura, a volte rotta, a testimonianza di una manutenzione non proprio perfetta.
Finché si arriva alla Forcella Grande, da cui si deve scendere verso un ripido e infido ghiaione detritico, capace di farti sollevare enormi nubi di polvere rossastra, come se si fosse nello sterro di un cantiere edile, che entra nel naso e fa tossire. Un segnale recente intima l’alt e ci obbliga a deviare per una cresta rocciosa che scende ripida e talora incassata tra rocce appuntite e scivolose.
Arriviamo ai primi pini mughi e ci stendiamo esausti alla loro ombra, così riesco ad incollarmi zaino e pantaloni di resina. Poco oltre, il rumore di una sorgente nella roccia ci richiama, come beduini nel deserto, ad abbeverarci a quella fonte pura e freschissima.
Si risale nel bosco al Rifugio Son Forca, non prima di aver incontrato due colleghi tedeschi, molto più giovani di noi, che in un inglese maccheronico tanto quanto il nostro, ci fanno i complimenti per la pulizia del nostro abbigliamento, oltre che a chiederci l’orario di chiusura della seggiovia. Quando dico loro che ero stato qui già venticinque anni fa, sembrano non rendersi più conto con chi stanno parlando: allora li rincuoro dicendo loro che sono giovani e forti. Credevano fossimo due alpinisti professionisti. Magari ... !
Il viaggiatore che sale la montagna nella direzione di una stella, se si lascia troppo assorbire dai problemi della scalata, rischia di dimenticare quale stella lo guida.
martedì 27 luglio 2010
martedì 1 giugno 2010
Rondinaio, again
Sul Rondinaio dopo più di venti anni. Ci sei tornato lassù in una mattinata tersa, con qualche nuvola grigia, ma ormai di una primavera inoltrata. Si vedeva bene fino alla catena delle vicine Apuane, o più ad est verso il Cimone, come in un abbraccio verde ancora macchiato da qualche residuo di neve. Il sentiero è ancora quello di un tempo, con alcuni punti scoscesi che richiedono tutta l’attenzione possibile per non commettere errori fatali.
In vetta c’è una grande croce lignea, che per te è una novità, con una piccola scatola metallica, come sulle cime che si rispettano, in cui si trova un foglietto per le firme e qualche penna biro al limite minimo dell’inchiostro. Il rito dell’autografo dà la stessa soddisfazione di quello eseguito su montagne più famose ed elevate. In fondo, così come si presenta oggi, è come se fosse una prima assoluta. L’altra volta, avvolto in una fitta coltre di nebbia, neanche ti sembrava di essere arrivato in cima.
Adesso è diverso, lo vedi da ciò che ti circonda. Solo il suolo che calpesti ti sembra sia lo stesso di allora, sassoso e friabile. E’ l’andare a piedi, questo modo di muoversi lento, contrario a tutta la maniera di vivere oggi che è frettolosa, brusca, vorace. Non ti fa assaporare niente; per fortuna che più di quattro lustri fa, partisti con due amici, in braghe di tela e ciabatte, per andare al mare; però sei venuto quassù, ad iniziare questo rito di cui ormai sei diventato un adepto. Ora sei puro, hai fatto il pieno di energia… avanti, la vita ti aspetta !
In vetta c’è una grande croce lignea, che per te è una novità, con una piccola scatola metallica, come sulle cime che si rispettano, in cui si trova un foglietto per le firme e qualche penna biro al limite minimo dell’inchiostro. Il rito dell’autografo dà la stessa soddisfazione di quello eseguito su montagne più famose ed elevate. In fondo, così come si presenta oggi, è come se fosse una prima assoluta. L’altra volta, avvolto in una fitta coltre di nebbia, neanche ti sembrava di essere arrivato in cima.
Adesso è diverso, lo vedi da ciò che ti circonda. Solo il suolo che calpesti ti sembra sia lo stesso di allora, sassoso e friabile. E’ l’andare a piedi, questo modo di muoversi lento, contrario a tutta la maniera di vivere oggi che è frettolosa, brusca, vorace. Non ti fa assaporare niente; per fortuna che più di quattro lustri fa, partisti con due amici, in braghe di tela e ciabatte, per andare al mare; però sei venuto quassù, ad iniziare questo rito di cui ormai sei diventato un adepto. Ora sei puro, hai fatto il pieno di energia… avanti, la vita ti aspetta !
lunedì 4 gennaio 2010
Ti spegne-Rai
Oggi nel Tg 2 della Rai delle 13.00, hanno mandato in onda un servizio sui morti "famosi" del 2009... tra gli altri hanno citato anche Achille Compagnoni, "conquistatore" del K2 nel 1954, senza ricordare neanche per caso Lino Lacedelli che fu il primo a salire su quella vetta (insieme a Compagnoni), anche lui deceduto nel novembre scorso. E già che c'erano hanno dimenticato anche Riccardo Cassin, morto in agosto. Forse il redattore era ferrato soltanto sui cantanti... ho scritto una mail di protesta al sito del Tg2, ma l'hanno subito censurata... e poi mi mandano solerti il bollettino per pagare il canone! Quasi quasi mi verrebbe voglia di dimenticarlo per sempre (come fanno loro nei servizi).
giovedì 31 dicembre 2009
Buon anno nuovo !
Si apre questo diario con l'augurio a tutti i lettori per il nuovo anno, prendendo a prestito lo scritto di un grande pensatore e letterato.
Giacomo Leopardi – dalle Operette morali
Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere
Venditore
Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere
Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore
Si signore.
Passeggere
Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore
Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere
Come quest’anno passato?
Venditore
Più più assai.
Passeggere
Come quello di là?
Venditore
Più più, illustrissimo.
Passeggere
Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore
Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere
Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore
Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere
A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore
Io? non saprei.
Passeggere
Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore
No in verità, illustrissimo.
Passeggere
E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore
Cotesto si sa.
Passeggere
Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore
Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere
Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore
Cotesto non vorrei.
Passeggere
Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore
Lo credo cotesto.
Passeggere
Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore
Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere
Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore
Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere
Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore
Appunto.
Passeggere
Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore
Speriamo.
Passeggere
Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore
Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere
Ecco trenta soldi.
Venditore
Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.
Giacomo Leopardi – dalle Operette morali
Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere
Venditore
Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere
Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore
Si signore.
Passeggere
Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore
Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere
Come quest’anno passato?
Venditore
Più più assai.
Passeggere
Come quello di là?
Venditore
Più più, illustrissimo.
Passeggere
Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore
Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere
Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore
Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere
A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore
Io? non saprei.
Passeggere
Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore
No in verità, illustrissimo.
Passeggere
E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore
Cotesto si sa.
Passeggere
Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore
Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere
Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore
Cotesto non vorrei.
Passeggere
Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore
Lo credo cotesto.
Passeggere
Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore
Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere
Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore
Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere
Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore
Appunto.
Passeggere
Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore
Speriamo.
Passeggere
Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore
Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere
Ecco trenta soldi.
Venditore
Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.
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